Il Dl imprese, che ha ottenuto il via libera definitivo da Montecitorio, contiene anche la nuova normativa "End of Waste". Ma di cosa si tratta? Scopriamo insieme come essere in regola con le nuove norme

In sede introduttiva è bene chiarire, innanzitutto, che il termine End of Waste,  (che tradotto in italiano significa Cessazione della qualifica di rifiuto), si riferisce ad un processo di recupero eseguito su un rifiuto, al termine del quale esso perde tale qualifica per acquisire quella di prodotto.

Per end of waste si deve intendere, quindi, non il risultato finale bensì il processo che, concretamente, permette ad un rifiuto di tornare a svolgere un ruolo utile come prodotto.

Dove nasce?

Molto spesso in materia ambientale è l’Unione Europea la mente ideatrice di principi e concetti fondamentali, poi ripresi dai vari Legislatori membri.

Così è stato anche in questo caso.

Il contesto è quello della revisione della normativa europea sui rifiuti contenuta nella direttiva 2006/12/CE, alla quale il Parlamento ed il Consiglio UE hanno provveduto adottando la direttiva 2008/98/CE del 19 novembre 2008, ancor oggi conosciuta come direttiva quadro in materia di rifiuti.

Quest’ultima direttiva pone al primo posto della scala di priorità delle modalità di gestione dei rifiuti la prevenzione e, immediatamente di seguito, la preparazione per il riutilizzo (art. 4).

Il concetto di cessazione della qualifica di rifiuto ben si inserisce, pertanto, in queste prospettive: è sicuramente in linea con l’obiettivo di prevenzione e riutilizzo il processo di recupero che permette ad un rifiuto di tornare ad essere un prodotto.

 

End of waste: a quali condizioni un rifiuto cessa di essere tale?

All’articolo 184-ter, la versione oggi vigente del D.Lgs. 152/2006 recepisce le condizioni dettate dalla Direttiva 2008/98/CE. Riprendendo in parte la struttura dell’abrogato articolo 181-bis, che definiva il rifiuto recuperato in quanto “materia prima secondaria (mps)”, e l’attuale disciplina del sottoprodotto, il Testo unico ambientale individua le condizioni che deve rispettare un end of waste, ovvero un rifiuto che è stato recuperato attraverso operazioni idonee, incluse la preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio:

La sostanza o l’oggetto è comunemente utilizzato per scopi specifici;

Esiste un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto;

La sostanza o l’oggetto soddisfa i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti;

L’utilizzo della sostanza o dell’oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull'ambiente o la salute umana.

Condizione imprescindibile è il fatto che tale rifiuto sia stato sottoposto a un’operazione di recupero, che può essere rappresentata anche dal semplice controllo dei rifiuti per accertarsi che soddisfino i criteri sopra elencati. Poiché sempre di attività di recupero si tratta, è necessario e vincolante che sia svolta da un soggetto autorizzato, come ribadito dalla sentenza di Cassazione Penale n° 16423/2014.

 

End of waste: chi può definire i criteri specifici?

L’articolo 6 della Direttiva 2008/98/CE, paragrafo 4, prevede la possibilità per le autorità competenti dei singoli Stati membri di rilasciare autorizzazioni end of waste “caso per caso” a fronte della mancanza di regolamenti specifici comunitari.

Proprio per l’assenza di indicazioni specifiche per la prassi della cessazione della qualifica di rifiuto, il Ministero dell’Ambiente ha emanato la Nota del 1° luglio 2016 n° 10045: Disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto – Applicazione dell’art. 184-ter del D.Lgs. 152/2006,  affermando come un’autorizzazione ordinaria o di un AIA di un impianto di trattamento dei rifiuti possano definire i criteri in base ai quali un rifiuto, in seguito a determinate operazioni di recupero, cessa di essere qualificato come tale.

Tuttavia, tale presa di posizione del MATTM è andata in netto contrasto con quanto stabilito dall’art. 6 della Direttiva 2008/98/CE per la quale, come abbiamo ricordato poco sopra, solo lo Stato ha il potere di valutare i criteri di applicazione specifici dell’end of waste.

Per questo motivo, è intervenuta sull'argomento la sentenza n°1229 del 28 febbraio 2018 del Consiglio di Stato, che ha negato perentoriamente tale possibilità, affermando che enti e organizzazioni interne allo Stato non possono in alcun modo vedersi riconosciuto il potere di "declassificazione" dei rifiuti caso per caso in sede di autorizzazione. Secondo il Consiglio di Stato, è esclusiva competenza dello Stato potersi esprimere sulla eventuale cessazione di qualifica di rifiuto, attraverso il Ministero dell’Ambiente; nessun altro ente interno allo Stato può avere competenze concorrenti o sussidiarie in materia.

 

End of waste: una normativa “critica”

Su tale concetto è dovuta tornare, di recente, la Corte di Giustizia europea con la sentenza del 28 marzo 2019, relativamente a un parere reso alla Provincia di Lodi dal Ministero dell’Ambiente circa le modalità per autorizzare il reimpiego di fanghi da depurazione per produrre gessi da defecazione.

La Corte ha dapprima evidenziato una “possibile criticità” insita dell’articolo 6 della Direttiva 2008/98/CE, che autorizza gli Stati membri ad “adottare misure relative alla cessazione della qualifica di rifiuto di una sostanza o di un oggetto, senza tuttavia precisare la natura di tali misure”. Per evitare che tali misure specifiche possano far venir meno la “protezione che il diritto che disciplina i rifiuti garantisce per quanto riguarda l’ambiente e la salute umana”, la Corte ribadisce l’assoluta necessità che tali misure garantiscano il rispetto delle condizioni elencate dall’articolo 6, comma 1, della Direttiva, come recepite dall’art. 184-ter del D.Lgs. 152/2006.

Affermando inoltre che:

“gli Stati membri possono prevedere la possibilità di decisioni relative a casi individuali, in particolare sulla base delle domande presentate dai detentori della sostanza o dell’oggetto qualificati come “rifiuti”, ma possono anche adottare una norma o una regolamentazione tecnica relativa ai rifiuti di una determinata categoria o di un determinato tipo di rifiuti”,

la Corte di Giustizia europea ammette la possibilità che gli Stati membri possano “rinunciare ad adottare una normativa relativa alla cessazione della loro qualifica dei rifiuti”, soprattutto quando sussistono dubbi circa la possibilità che tale rifiuto possa recare danni all’ambiente o alla salute umana una volta recuperato. Tutto questo, nella consapevolezza che una simile rinuncia ostacola, inevitabilmente, il raggiungimento degli obiettivi della Direttiva 2008/98/CE.

 End of waste: come orientarsi?

Fermo restando le condizioni che un end of waste deve rispettare per essere tale, come specificate dall’art.184-ter del D.Lgs. 152/2006, nello stallo persistente della normativa, a oggi non resta che far riferimento a:

i regolamenti comunitari ai sensi della Direttiva 2008/98/CE: Regolamento 2013/715/UE specificatamente ai rottami di rame; Regolamento 2012/1179/UE per i rottami di vetro; Regolamento 2011/333/UE circa alcuni tipi di rottami metallici;

i decreti ministeriali: M. Ambiente del 14 febbraio 2013 n° 22, limitatamente ai combustibili solidi secondari (CSS); D.M. Ambiente del 28 marzo 2018 n° 69 per i conglomerati bituminosi;

la conformità al D.M. 5 febbraio 1998.